I diritti umani sono un prodotto esclusivo della modernità, un "regalo" del secolo dei Lumi e della Rivoluzione Francese? Mirko Canevaro, professore di Storia Greca all’Università di Edimburgo, tornato nella sua città di origine per presentare L'Atene dei diritti, il suo nuovo libro edito da Laterza, affiancato dai professori Alessandro Provera e Giorgio Barberis, ha proposto una tesi rivoluzionaria: i greci non solo conoscevano il concetto di diritto, ma avevano sviluppato un sofisticato sistema basato sul riconoscimento della dignità individuale.

Per decenni, la cultura greca è stata descritta come una società "primitiva" dominata dall'onore e dalla vendetta. Canevaro ribalta questa prospettiva partendo da un aneddoto: il pugno ricevuto in pieno volto dall'oratore Demostene da parte del ricco Meidias. Invece di reagire con la violenza, Demostene scelse la via del tribunale. Questo gesto, spiega lo storico, non è segno di debolezza, ma la prova dell'esistenza di una galassia concettuale centrata su termini come Axia (valore) e Timè (dignità/onore). In greco, questi termini non indicano solo il prestigio sociale, ma ciò che noi oggi chiameremmo diritto soggettivo: la pretesa legittima di essere trattati con rispetto in quanto membri della comunità.

Uno dei punti più politici dell'intervento di Canevaro riguarda l'origine dei diritti. Citando provocatoriamente Margaret Thatcher e lo Scià di Persia, l'autore ha spiegato come la genealogia dei diritti sia spesso usata come strumento di potere. Se i diritti sono un'invenzione solo occidentale, allora imporli altrove può essere visto come imperialismo culturale.
"I diritti non sono una cosa nostra - ha detto Canevaro - sono stati inventati mille volte in mille posti diversi, perché hanno a che fare con la socialità e col riconoscersi come interlocutori". Questa visione propone un universalismo multicentrico, in cui la dignità umana è una costante che emerge ogni volta che gli individui lottano per il proprio valore.

La sfida più difficile per uno storico della democrazia ateniese resta la schiavitù. Come potevano i greci parlare di diritti pur possedendo schiavi? Canevaro ha mostrato come gli ateniesi vivessero in una costante tensione ideologica. Sebbene negassero i diritti legali agli schiavi per preservare il sistema economico, la lingua greca li tradiva: esistevano leggi contro l'Hubris (la tracotanza violenta) che proteggevano persino gli schiavi. Questa protezione era giustificata con la Philanthropia, l'amore per l'essere umano. Anche nella negazione, ha sottolineato lo storico, emergeva la consapevolezza che l'umanità è una sola, un'idea che i greci "sapevano ma non volevano sapere".

L'incontro si è concluso con una riflessione sulla geopolitica attuale, partendo dal celebre dialogo dei Meli di Tucidide. Spesso citato dai sostenitori della "legge del più forte", il testo nasconde in realtà un monito etico: la tracotanza (Hubris) nata dal potere eccessivo porta inevitabilmente alla rovina (Ate). L'invito è quello di presidiare il linguaggio e di riscoprire, attraverso i classici, gli strumenti per difendere la dignità umana nel "nostro tempo inquieto".

Quo potete rivedere l'incontro