Un panorama inquietante: il tramonto della tradizione giuridica occidentale sotto il peso del capitalismo della sorveglianza. Quella che il giurista Ugo Mattei definisce come una vera e propria “grande sostituzione” non riguarda solo la tecnologia, ma il cuore stesso della nostra convivenza civile, dove la logica del diritto viene rimpiazzata da quella del ricatto tecnologico.
Ugo Mattei, professore ordinario di Diritto civile all’Università di Torino, ha presentato il suo nuovo libro, La fine del diritto. La grande sostituzione tecnologica nell’era nuova, in dialogo con Rocco Alessio Albanese, professore associato di Diritto privato all’Università del Piemonte Orientale. L’incontro è stato introdotto da Giorgio Barberis, direttore del Dipartimento Digspes dell’Università del Piemonte Orientale.

Albanese sostiene che il testo non decreti la morte definitiva del diritto, ma si chiuda con l’auspicio di ritrovare un ruolo emancipatorio per gli strumenti giuridici. Albanese inquadra il cuore del libro nella gestione delle informazioni sociali delineando un’alternativa binaria: la privatizzazione e mercificazione dei dati (il modello attuale del capitalismo della sorveglianza) e la socializzazione o l’uso socialmente orientato delle informazioni che la società genera cooperando.

Il salto tecnologico e la “deportazione” online
Secondo il professor Mattei, la pandemia ha segnato un punto di non ritorno, accelerando una “deportazione” della popolazione verso la rete che ha reso socialmente inaccettabile la dimensione fisica in molti ambiti, come quello delle riunioni di lavoro. In questo contesto, i cittadini hanno interiorizzato la logica del “prendere o lasciare”: per accedere ai servizi digitali essenziali, siamo costretti ad accettare regole imposte unilateralmente dai grandi colossi tecnologici. Questo spostamento ha trasformato il portatore di diritti in un “precario feudale”, un soggetto docile che non rivendica diritti ma prega per ottenere concessioni.

Il modello cinese e il ritorno del “Piano”
Ugo Mattei osserva come il governo cinese utilizzi la tecnologia non solo per il controllo sociale, ma per una pianificazione economica che ha sollevato un miliardo di persone dalla povertà. Il giurista sostiene che, nell’era dei Big Data, il “piano” funzioni oggi meglio del mercato. Mentre in Occidente la tecnologia è finalizzata all’accumulo di ricchezza nelle mani di pochissimi (come Elon Musk o Jeff Bezos), il modello cinese suggerisce la possibilità di una tecnologia indirizzata a scopi politici collettivi, pur con tutte le complessità del caso.

Albanese osserva come il “piano”, oggi associato al modello cinese, fosse in realtà un dispositivo egemonico anche in Europa fino agli anni ’70 (si pensi al diritto urbanistico o sociale), prima di essere dimenticato. Il professore analizza inoltre la crisi della tradizione giuridica occidentale. Il successo storico del diritto in Occidente è dipeso dalla sua semiautonomia, ovvero la capacità di restare distaccato da etica, religione e politica per darsi una legittimazione tecnica e sapienziale. Tuttavia, questa legittimazione è oggi in crisi perché il diritto, nel legittimare il capitalismo, è stato “mangiato” dal suo stesso successo: il potere economico è diventato così forte da rendere il diritto incapace di normalizzare i rapporti di forza, che oggi appaiono irrazionali e insostenibili.

La crisi del giurista e la “bancarotta” intellettuale
Il diritto occidentale, tradizionalmente inteso come un campo autonomo dalla politica e dall’economia, non sarebbe più in grado di reggere l’urto del capitale finanziario. Se un tempo il giurista era necessario al capitalismo per creare strumenti come la proprietà e le banche, oggi l’accumulo avviene sulle piattaforme seguendo logiche probabilistiche e predittive che rendono il diritto irrilevante. Mattei denuncia una “bancarotta intellettuale” della classe accademica e forense, rea di essersi asservita al potere o di essersi rinchiusa in un tecnicismo burocratico che ignora i diritti fondamentali.

Pratiche di resistenza: i beni comuni
Ugo Mattei non cede alla rassegnazione. La via d’uscita risiede nella trasformazione dell’informazione e dei servizi in beni comuni. Tra le azioni concrete citate, spicca la class action contro la Rai, volta a denunciare una governance politica in contrasto con le normative europee che richiedono neutralità e distacco dai partiti.

Il messaggio finale è un appello alla militanza e alla consapevolezza. In un mondo in cui il cittadino è stato ridotto a merce e il libero arbitrio è minacciato dal marketing cognitivo, la sfida è ricostruire un’energia politica capace di espropriare le rendite monopolistiche parassitarie per restituirle alla collettività sotto forma di istituzioni democratiche e partecipate. L’incontro si è concluso con l’invito a non restare indifferenti di fronte a quello che Mattei descrive come il “terremoto” che sta scombussolando l’edificio della civiltà giuridica.

Qui potete rivedere l’incontro completo

 

Ecco una clip estratta dal video della serata