Che cosa significa partecipare davvero alla vita collettiva? In che modo una persona giovane può sentirsi legittimata a esprimere bisogni, immaginare cambiamenti o prendere posizione rispetto a temi complessi come discriminazione, migrazioni, disuguaglianze di accesso alle opportunità o parità di genere?

Le attività realizzate da Cultura e Sviluppo nell’ambito del progetto UNEXPOSED sono nate da questa domanda. L’obiettivo è stato creare spazi in cui ragazze e ragazzi potessero esercitare pensiero critico, confronto e capacità di leggere la connessione tra esperienze quotidiane e sfide globali.

Durante il percorso, giovani delle scuole superiori sono stati coinvolti in laboratori dedicati alla cittadinanza civica e globale, lavorando su temi come accesso alle opportunità formative, partecipazione, stereotipi, discriminazione, sostenibilità, migrazione e relazioni di potere.

Uno dei momenti più significativi è stato la simulazione del Parlamento Europeo. Divisi in gruppi politici con valori e visioni differenti – dalla giustizia sociale e ambientale alla libertà individuale, fino ai temi controversi della sicurezza e della privacy – i partecipanti hanno discusso e negoziato proposte su questioni volutamente complesse e polarizzanti: reddito minimo europeo, regolamentazione delle nuove tecnologie applicate all’identità personale, limiti ai consumi energetici in risposta alla crisi climatica.

La simulazione guidata non chiedeva di difendere le proprie convinzioni, ma di abitare punti di vista anche molto lontani dai propri. Un lavoro di immedesimazione che ha permesso di comprendere meglio la complessità delle decisioni pubbliche e il ruolo della partecipazione democratica nel costruire politiche che incidono concretamente sulla vita delle persone.

I laboratori del progetto UNEXPOSED hanno aperto spazi di riflessione personale. Attraverso l’attività dell’“Intervista doppia”, ragazze e ragazzi hanno dialogato a coppie su temi come razzismo, esclusione, relazioni non paritarie, percezione della sofferenza online e capacità di riconoscere dinamiche discriminatorie nella vita quotidiana.

Le restituzioni hanno fatto emergere osservazioni profonde: la discriminazione percepita come mancanza di tempo dedicato a comprendere davvero l’altro; il rapporto ambiguo con i contenuti social che mostrano sofferenza, osservati spesso in modo rapido e disconnesso; la difficoltà di guardare negli occhi chi vive situazioni di marginalità e, allo stesso tempo, la possibilità di riconoscere pienamente una persona quando esiste una relazione, una storia condivisa, un nome.

Sono emerse anche riflessioni sulle relazioni tra pari: amicizie o rapporti affettivi in cui una persona sembra detenere maggiore potere decisionale rispetto all’altra, dinamiche percepite come frequenti ma spesso normalizzate.

Parallelamente, le attività di educazione alla cittadinanza globale hanno chiesto ai gruppi di partire da una domanda concreta: quali bisogni vediamo nel nostro territorio e quali possibilità mancano davvero ai giovani? A partire da temi come parità di genere, accesso alle opportunità educative, inclusione e sostenibilità delle proposte rivolte alle nuove generazioni, ragazze e ragazzi hanno lavorato per trasformare riflessioni astratte in idee praticabili.

Sono così nati piccoli interventi, eventi e iniziative pensati per la città e per i propri pari: proposte costruite dai gruppi, poi presentate in plenaria, argomentate, messe in discussione e condivise con gli altri. Un esercizio che ha richiesto non solo creatività, ma anche capacità di leggere criticamente il contesto locale e immaginare il proprio ruolo nel modificarlo.

In questo senso, la cittadinanza globale è uscita dalla dimensione teorica per diventare esperienza situata: comprendere che fenomeni come esclusione, disuguaglianza nell’accesso alle opportunità, stereotipi di genere o marginalizzazione non appartengono solo a scenari lontani, ma attraversano anche scuole, gruppi di amici, quartieri e servizi della propria città.

Le attività hanno provato quindi a costruire un passaggio ulteriore: dalla consapevolezza alla proposta. Perché riconoscere un problema è importante, ma sentirsi legittimati a immaginare risposte collettive lo è altrettanto. E spesso la distanza tra sentirsi esclusi dalle possibilità e iniziare a partecipare si riduce proprio così: trovando uno spazio in cui la propria voce viene ascoltata, discussa e considerata capace di incidere sul presente.