Come è cambiato, negli ultimi vent’anni, il modo in cui parliamo di cibo e di salute? E quanto pesano social network, algoritmi e intelligenza artificiale su ciò che crediamo di sapere su quello che mangiamo? Sono le domande al centro dell’incontro con Beatrice Mautino, biotecnologa e divulgatrice scientifica, co-fondatrice dell’agenzia di comunicazione Frame e co-autrice del podcast Ci vuole una scienza, ospitata ad Alessandria in occasione della Giornata Internazionale dell’Alimentazione.

L’appuntamento, promosso da Confagricoltura Alessandria in collaborazione con l’Associazione Cultura e Sviluppo, era inserito nel Food&Science Festival Lab ed è entrato a far parte del programma dell’Ottobre Alessandrino. Dopo i saluti della presidente di Confagricoltura Alessandria, Paola Sacco, la conversazione è stata avviata da Simona Martinotti, docente di fisiologia all’Università del Piemonte Orientale.

Attorno al 2008 l’esplosione dei blog scientifici aveva aperto uno spazio nuovo, colmando il vuoto lasciato da televisione e carta stampata e facendo nascere la figura del divulgatore come mediatore tra mondo della ricerca e grande pubblico. L’arrivo di Facebook ha spostato commenti e traffico sui feed delle piattaforme, togliendo risorse a blog e riviste indipendenti. Il risultato, ha detto Mautino, è un appiattimento delle competenze: sui social l’opinione del ricercatore e quella dell’utente occasionale finiscono sullo stesso piano, e chi fa divulgazione deve conquistare fiducia solo con la qualità della scrittura e del linguaggio, evitando il paternalismo.

L’alimentazione tocca identità, memoria affettiva e salute, ed è per questo uno dei temi su cui le reazioni sono più accese. Esemplare il caso del "senza glutine": nata per rispondere a una condizione clinica precisa come la celiachia, la dieta gluten-free è diventata una moda salutista, alimentata dall’idea infondata che il glutine sia tossico o faccia ingrassare. Un paradosso: la maggiore offerta di prodotti ha aiutato chi è celiaco, ma molte persone sane spendono di più convinte di un effetto dimagrante che dipende in realtà solo dalla riduzione delle calorie. Discorso simile per gli integratori di collagene, che una volta digeriti vengono scomposti in amminoacidi senza alcun effetto mirato sulla pelle.

Un passaggio centrale ha riguardato la commercializzazione della salute. Mautino ha richiamato il fenomeno dei professionisti sanitari che usano la credibilità del proprio titolo per promuovere integratori e marchi, con evidenti problemi deontologici. A questo si sommano algoritmi che premiano i contenuti brevissimi e le leve emotive: la paura, con allarmi su tossine e sostanze nocive, e la speranza, con diete estreme e alimenti miracolosi. Tutto ciò che richiede sfumature e contesto, come il rapporto tra dose e rischio, viene penalizzato.

Nuovi rischi riguardano i più giovani, esposti fin da piccoli a canoni estetici ritoccati da filtri e presentati come naturali, con possibili conseguenze sull’immagine corporea e sul rapporto con il cibo. C’è poi la diffusione di contenuti generati con l’intelligenza artificiale: pagine create solo per monetizzare il traffico attribuiscono a scienziati e medici noti frasi mai pronunciate, studiate per suscitare indignazione e abbastanza verosimili da ingannare anche lettori preparati.

In chiusura, Beatrice Mautino ha indicato nell’indipendenza e nell’aderenza al consenso scientifico il vero capitale di chi comunica la scienza, rifiutando il falso equilibrio tra evidenze e pseudoscienze. Al pubblico ha suggerito di verificare chi c’è dietro pagine e profili, di non cedere ai commenti impulsivi, che finiscono per premiare proprio i contenuti fasulli, e di ricordare che le piattaforme sono progettate per catturare attenzione, non per garantire la qualità dell’informazione. E soprattutto di cercare la complessità altrove: podcast di approfondimento, libri, fonti scientifiche e incontri dal vivo come quello di Alessandria.