In apertura di serata è stato sottolineato il comportamento degli Italiani che, in merito all’ingresso del nostro paese nella moneta unica europea, hanno dimostrato di essere europeisti ?per fede?, dal momento che l’adesione al trattato di Maastricht è avvenuta con scetticismo e senza ricorrere al referendum per la sua ratifica. Tuttavia, dopo l’euforia seguita al 3 maggio scorso (giorno in cui è stato ufficializzato l’ingresso dell’Italia nell’Euro), si è verificata una fase di ?ripensamento?, nel corso della quale gli Italiani hanno iniziato a chiedersi se ciò che è avvenuto costituisca un fatto veramente positivo.
Questa domanda pare legittima, poiché si ritiene doveroso interrogarsi su cosa realmente comporti l’avvento dell’Euro; la stagione che stiamo vivendo, del resto, resterà nella storia proprio per questo importante risultato, che è stato raggiunto nel tentativo di costruire, per via monetaria, un’unità europea fondata su basi federali.
Va detto, peraltro, che l’Europa unita è frutto del lavoro di alcuni uomini politici e, in particolare, di Jacques Delors, che è riuscito a risollevare le sorti di questo continente, afflitto da grave crisi e da un’inflazione galoppante, mediante il trattato di Maastricht.
Occorre ricordare anche che non esistevano alternative effettive poiché, dopo le fasi di sperimentazione di soluzioni differenti (quale, ad esempio, quella dell’Unione di libero scambio), non era possibile ricorrere in modo continuativo alle cosiddette svalutazioni competitive, che tendevano a sviluppare forze non-concentriche.
Parrebbe opportuno definire storico, inoltre, lo sforzo che è stato attuato perché, per la prima volta, si è tentato di realizzare un’unione politica attraverso un’unione monetaria; la moneta, del resto, non è solo un’unità di scambio, ma è anche un credito nei confronti della collettività, dal momento che può essere trasformata in domanda di beni. Questo processo, in passato, veniva garantito dallo Stato e dalle strutture politiche e finanziarie; il loro superamento ha rappresentato un’innovazione difficile da accettare, soprattutto per i paesi dotati di una moneta ?forte? (in Germania, ad esempio, negli ultimi 20 anni, il marco si è rivalutato del 20% sull’ECU).
Ciò che è avvenuto, quindi, costituisce una scommessa che presenta, al suo interno, elevati tassi di contraddittorietà.
Il nuovo contesto che si verrà a creare, infatti, consentirà ai risparmiatori più ricchi e colti di ampliare i propri orizzonti, mentre i più poveri non trarranno da esso alcun vantaggio; da quanto detto si evince che, nell’ambito della Comunità Europea, nel processo di allocazione ideale delle risorse all’interno degli 11 paesi, non tutti i fattori produttivi potranno muoversi liberamente (il lavoro, ad esempio, non potrà farlo).
Si tratta, quindi, di una struttura impegnativa, nata dall’esigenza storica, diffusasi nel secondo dopoguerra, di evitare che l’Europa fosse teatro di una terza guerra mondiale.
Sebbene risulti difficile definire le condizioni attuali, è comunque possibile individuare la presenza dell’area asiatica, che incombe sul sistema produttivo occidentale; va detto, infatti, che la svalutazione è un atto che riassegna la distribuzione internazionale della ricchezza e che, quando si ricorre a queste misure, le autorità politiche e monetarie dei singoli paesi sono costrette a reagire.
Fatta eccezione per il fenomeno ora citato, la situazione attuale parrebbe relativamente tranquilla, dal momento che le economie sono ormai contraddistinte da vincoli di bilancio rigidi e da tassi di inflazione bassi.
A questo proposito, gli economisti definiscono l’inflazione inferiore al 2% come inflazione a zero; tuttavia un’inflazione così bassa provoca seri problemi, non solo alle imprese, poiché diminuisce il prezzo di molti prodotti, ma anche ai risparmiatori, abituati ad uno schema elementare, secondo il quale sarebbe preferibile ?possedere cose piuttosto che moneta? (dal momento che, in presenza di tassi di inflazione elevati, si immaginavano salari crescenti in modo superiore all’inflazione). Il cambiamento in atto, invece, rende questo schema obsoleto, perché l’inflazione bassa fa sì che ?le cose valgano meno della moneta?; in questo modo il sistema diventa più trasparente ed il vincolo di bilancio (introdotto dal trattato di Maastricht) rende la competizione più leale, dando origine ad una sorta di democrazia economica.
Merita di essere ricordata, tuttavia, l’esistenza di tre problemi irrisolti:
1) la struttura federale non possiede vincoli di politica estera, poiché quest’ultima non è stata oggetto di discussione nella fase di produzione del suddetto trattato, durante la quale si è mirato a semplificarne gli aspetti fondamentali. La politica estera, inoltre, evidenzia il problema dell’allargamento dell’Unione Europea ai paesi caratterizzati da strutture tradizionali e religiose diverse dalle nostre, perché i processi di forte integrazione tendono ad esaltare le differenze presenti;
2) la mancanza di una poltica sociale unificata, difficile da raggiungere in quanto riguarda problemi che attengono ai valori e alle tradizioni delle diverse comunità;
3) il fatto che non sia stata esaminata la questione della convergenza fiscale, importante sia per i consumatori (poiché la componente fiscale si trasla sulla struttura dei costi dei beni al consumo), sia per le imprese e per i redditi da capitale (in questo caso si tratta di un problema strutturale, che non riguarda solo il diverso carico fiscale).
La riforma fiscale in atto in Italia tenderebbe ad avvicinarsi ad una struttura europea, ma la condizione fiscale delle imprese è sproporzionata e, di conseguenza, viviamo in un sistema di imposizione sui redditi da capitale (e principalmente sui redditi da risparmio) incompatibile con i meccanismi europei.
Occorre, quindi, affrontare in tempi brevi i due aspetti politici sopra citati, relativi alla politica sociale e a quella fiscale.
Per quanto riguarda il futuro prossimo, è stato espresso ottimismo circa il ruolo che ricopriranno le imprese poiché, già in passato, hanno dimostrato di essere soggetti dinamici (anche se agevolate dalle svalutazioni competitive) e di possedere una grande capacità di adattamento. Le banche, al contrario, potrebbero incontrare maggiori difficoltà, dal momento che, finora, sono state costrette a vivere in una condizione di protezionismo; per questo motivo dovranno risolvere problemi tecnici (come, ad esempio, la doppia contabilità) ed affrontare costi tecnici (la situazione è particolarmente grave perché l’Italia rappresenta un quarto del risparmio europeo degli 11 paesi, ma tra le prime 50 imprese europee per il risparmio gestito, una sola è italiana ed occupa il ventinovesimo posto nella graduatoria).
Da quanto detto emerge la necessità di incrementare l’efficienza del nostro sistema-paese poiché, fatta eccezione per alcuni settori produttivi, quali la moda e l’informatica, nessuna impresa può essere competitiva se non appartiene ad un sistema-paese efficiente.
Va detto, poi, che l’Italia possiede una grande contraddizione, rappresentata dal fatto che il costo medio del lavoro sia tra i più elevati in Europa, mentre i salari dei lavoratori siano tra i più bassi; questo è dovuto all’inefficienza del sistema produttivo globale italiano e alla mancanza di un assetto istituzionale di governo che garantisca maggior efficienza al Paese (l’obiettivo della Commissione Bicamerale da poco fallita era anche quello di creare questo assetto).
Le riforme, del resto, devono essere fatte, affinché l’Italia possa rendere i soggetti e le imprese in grado di competere: a questo proposito va detto che il crollo degli investimenti pubblici, verificatosi dal 1992 ad oggi, non contribuisce a migliorare la situazione ma, al contrario, la aggrava. Parrebbe opportuno, inoltre, modificare l’attuale sistema della pubblica istruzione, per preparare i giovani ad affrontare le sfide del futuro.
L’introduzione dell’Euro, quindi, ha solo avviato un radicale processo di trasformazione del Paese che, peraltro, deve essere proseguito, nel tentativo di costruire un assetto mentale nell’ambito del quale il mercato costituisca l’unità di misura fondamentale del comportamento umano, ma spetti alla politica definirne le regole; infatti, senza un sistema di regole che cambi continuamente e valorizzi le potenzialità dei singoli e del mercato, quest’ultimo rischierebbe di diventare l’affermazione del più forte sul più debole.
Occorre ricordare, tuttavia, che nessuno può garantire che, nei prossimi anni, il tasso di inflazione italiano sia uguale a quello degli altri paesi, perché la moneta unica assicura gli stessi tassi di interesse, ma non lo stesso saggio di inflazione. Parimenti, nessuno può garantire che l’Italia presenti, in futuro, lo stesso saggio di crescita degli altri paesi.
Il Governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio ha più volte sottolineato i suddetti aspetti che, se trascurati, darebbero luogo ad un Paese ingiusto e ricco di disoccupazione.
Va detto, infine, che, se l’Italia non fosse entrata in Europa, i problemi sarebbero stati maggiori, ma che comunque risulterà impegnativo garantire la permanenza nell’Euro; per questo motivo occorre aumentare il senso di responsabilità e far sì che i politici presentino, in modo chiaro, gli scenari che si prospettano, nel tentativo di coinvolgere i singoli cittadini.
Riflessione a cura del dr. Riccardo LENTI
(Assessore al Bilancio e Programmazione – Provincia di Alessandria)
E’ stato espresso totale accordo con quanto illustrato dal prof. Barucci e sono stati presentati i vantaggi derivati dall’ingresso dell’Italia nell’Euro, che consistono:
1) nell’aver reso possibile il risanamento finanziario, che è stato realizzato con ?sofferenza?, ma con accettazione, anche tramite la tassa per l’Europa. Questi sacrifici hanno consentito:
· un quasi totale risanamento delle finanze italiane;
· una riduzione dei tassi di interesse sul debito pubblico, importante elemento di sviluppo;
· che le imprese si abituassero a lavorare in un sistema senza inflazione, che consente di poter realizzare un’attività di programmazione.
2) L’introduzione del nuovo sistema permette ai cittadini di conseguire la certezza della stabilità dei prezzi nei diversi paesi.
Tuttavia esistono anche rischi, legati alle sfide che l’Italia e l’Europa dovranno affrontare: l’Euro, ad esempio, nasce come progetto apparentemente tecnico ma, in realtà, rientra in un disegno politico, che ha origine da De Gasperi e passa attraverso diversi tentativi di creare l’Europa.
L’Euro, quindi, rappresenta una scelta politica incompleta, dal momento che le carenze citate in precedenza (riguardo la politica estera, quella sociale e quella fiscale) sono presenti non solo in Italia, ma anche in Europa (anche se l’Italia possiede una maggior rigidità ed un maggior numero di aree di inefficienza).
Da quanto detto è possibile dedurre l’importanza del fatto che l’Euro venga concepito come punto di partenza e che il sistema necessiti, non solo di maggior flessibilità, ma anche di ristrutturazioni e di riforme politiche.
Le sfide europee, infatti, sono mirate ad attribuire più spazio alla politica estera e ad intraprendere scelte fiscali dirette verso un capitalismo moderno, ossia trasparente ed efficiente. Parrebbe utile, inoltre, introdurre, in Europa, una riforma del welfare e trasferire gli elementi di costo dello stesso ad una fiscalità sui consumi, nel tentativo di regolare lo sviluppo economico.
Alle sfide sopra citate occorre aggiungere quelle italiane, dettate dal fatto che una moneta unica forte costituisca un problema per i paesi deboli che, in passato, ricorrevano alle svalutazioni competitive: questa situazione interessa in particolar modo il Sud che, per sottrarsi ai costi provocati da una Lira troppo forte (quella svalutata) ha fatto ricorso, ad esempio, al lavoro nero.
Parrebbe opportuno, quindi, introdurre riforme strutturali che consentano alle imprese di emergere (attraverso la riduzione della fiscalità sul lavoro e sulle imprese e l’aumento di quella sui consumi).
Per rimanere nell’Euro, infine, è necessario avere un Governo efficiente e, di conseguenza, stabile, poiché un Governo debole e ricattato dagli elementi minoritari presenti all’interno della maggioranza non giova al mantenimento dell’Italia nell’Euro.
PRINCIPALI APPROFONDIMENTI DEL DIBATTITO
* E’ stato evidenziato il problema dell’aumento del debito pubblico ed è stato chiesto, sia cosa accadrà se non verrà ridotto, sia quale prezzo dovranno pagare gli Italiani per la sua riduzione (dr. Fornaro).
* E’ stato chiesto quali riflessi sui problemi fiscali avrebbe comportato il mancato ingresso dell’Italia nell’Euro (dr. Galliani).
* E’ stato chiesto come disclerotizzare il sistema pubblico italiano, ?soffocato? dalla continua produzione di leggi (dr. Alvigini).
* E’ stato chiesto quale libertà di azione possano ancora avere, in seguito alla cessione di responsabilità alla Banca Centrale Europea, le politiche anticicliche all’interno dei singoli sistemi economici (sig. Furlotti).
* E’ stato sottolineato come l’Europa sia sostanzialmente dominata dalla Germania, caratterizzata, a sua volta, da un’idea di mercato profondamente diversa da quella presente negli Stati Uniti, paese che ha dimostrato di essere il più efficiente. Analizzando il ?naufragio? di un paese come il Giappone, simile alla Germania e considerando che l’Europa comprende culture diverse, tra le quali quella italiana parrebbe la più vivace, è stato chiesto se l’Italia potrà diventare l’elemento vivificatore di economie cristallizzate o se, al contrario, verrà inserita all’interno di un sistema dominato dalla Germania (dr. Guala).
* E’ stata evidenziata la necessità di utilizzare forme liberiste, nel tentativo di evitare una fine tragica dell’Europa ed è stato chiesto come far diventare liberista la classe politica italiana (ing. Parodi).
* E’ stato chiesto se esista la possibilità che il Parlamento Europeo possa ottenere maggiori poteri in relazione alle questioni di politica estera, sociale e fiscale precedentemente citate (dr. Giacchero).
Þ Per quanto riguarda il ruolo del Parlamento Europeo, si verificherà, verosimilmente, un progressivo spostamento di potere dalla Commissione al Parlamento; infatti ci si muove nella giusta direzione del passaggio di potere anche dai Parlamenti nazionali a quello Europeo. Il problema del rapporto tra salario e costo del lavoro è grave: va detto, tuttavia, che, in Italia, la disoccupazione è inferiore a quella esistente in altri paesi, perché la famiglia svolge ancora un ruolo rilevante (accrescendo così il tasso di sopportabilità della disoccupazione stessa), ma presenta una distribuzione territoriale allarmante (variando dal 3% di Treviso al 30% di Caltanissetta). Se si considera che in una economia matura un tasso di disoccupazione superiore al 5,5% viene ritenuto pericoloso, in quanto potrebbe creare fenomeni di insurrezione, appare evidente il rischio che nel Sud del nostro Paese (qualitativamente diverso dal Nord) si sviluppino politiche secessioniste.
Per quanto concerne il debito pubblico occorre ricordare che, pur essendo leggermente aumentato, rappresenta comunque il confronto tra due aggregati (per cui, se cresce il PIL, non deve essere attuata una drastica riduzione): in Italia, inoltre, la finanza pubblica ha fatto registrare per anni un deficit primario (ossia si spendeva più di quanto si incassava) e, di conseguenza, oggi 5,5 punti di quanto viene prelevato viene destinato alla copertura del debito precedente e non viene redistribuito. La storia dimostra, peraltro, che non è possibile ridurre il debito pubblico senza creare inflazione. In merito al carico fiscale, esso deve essere tendenzialmente ridotto e si rende necessario tornare alla normalità facendo ricorso, possibilmente, a politiche espansive. La modernizzazione della pubblica amministrazione, inoltre, avviene lentamente, poiché si tratta di un processo difficile e delicato (collegato al fatto che si è soliti pensare che la legge debba indicare tutto ciò che si può e non si può fare). Circa le politiche monetarie anticicliche, i singoli paesi hanno ormai perso ogni potere, delegando alla Banca Centrale Europea il compito di decidere e di fissare tassi di interesse unici (negli anni Ottanta, peraltro, le politiche monetarie sono state sovradimensionate e caricate di obiettivi incompatibili con la loro stessa natura). E’ stato espresso, infine, non solo rispetto per la cultura tedesca, ma anche timore per gli atteggiamenti spesso assunti dalla Germania e dal popolo tedesco. Per concludere è stato sottolineato, nell’ambito del rapporto tra classe politica e liberismo, come: 1) l’Europa ci debba abituare ai mercati liberalizzati; 2) sia positiva la presenza di un sistema in cui il vincolo di bilancio valga per tutti i paesi. La classe politica, quindi, deve prendere atto, sia di queste due condizioni, sia del fatto che ci si muova in una direzione in cui le forme di monopolio non esisteranno più (prof. Barucc





